I Governi di Germania, Francia, Irlanda, Olanda e persino del Regno unito varano forme più o meno intense di lockdown, ma salvaguardano il diritto all’istruzione; il Governo Conte PD- 5S- Leu con i DPCM del 25 ottobre e del 4 novembre chiude le scuole superiori e nelle zone rosse anche le due ultime classi delle medie.

E’ evidente la scelta politica di sacrificare il diritto all’istruzione e/o la leggerezza con cui il Governo interviene, noncurante degli effetti duraturi di lungo periodo della c.d. didattica a distanza e/o già con la prolungata chiusura dello scorso anno si sono registrati effetti negativi strutturali sulle capacità di apprendimento degli studenti e un regresso significativo nelle capacità cognitive di livello più alto, relative all’analisi dei singoli fenomeni, alla loro contestualizzazione, allo sviluppo dello spirito critico. Tali effetti sono stati registrati in tutti gli ordini di scuola, dalla scuola dell’infanzia alle superiori. Questa nuova chiusura, considerando anche la probabile reiterazione oltre il 3 dicembre, rischia di estenderli e renderli strutturali e irrecuperabili per un’intera generazione.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: la scuola è relazione sia umana che cognitiva e tale relazione non può essere mediata dallo schermo di un computer! La scuola pubblica mira alla riduzione delle disuguaglianze e la DAD aumenta le disuguaglianze. In DAD non è possibile alcuna seria valutazione sommativa degli studenti e dovrebbe essere chiaro a tutti che un altro anno di promozione per decreto avrà effetti devastanti sulla preparazione di una generazione di studenti. La scuola pubblica è appunto pubblica e non può usare acriticamente gli strumenti e i prodotti didattici delle multinazionali del web. Più si prolunga l’uso della DAD, più aumenta il rischio, denunciato dai Cobas sin dall’inizio, della tecnica della shock economy: approfittare della pandemia per rendere strutturale l’uso della DAD didattica digitale, con conseguente ulteriore dequalificazione della scuola.

Tutto questo è l’effetto della scellerata gestione politica dei mesi estivi: si poteva-doveva potenziare il trasporto pubblico per evitarel’effetto sardinee non è stato fatto; si dovevano potenziare le strutture sanitarie e, in particolare,  posti Covid e, invece, sono stati tagliati, premiando i dirigenti più solerti;  si dovevano potenziare a ben altri livelli le capacità di effettuare test diagnostici e predisporre adeguate risorse per il tracciamento;  si potevano (re)introdurre presidi sanitari nelle scuole per attuare efficaci politiche di prevenzione,  trovare nuovi spazi per la scuola, ridurre il numero degli alunni per classe, assumere docenti e Ata per garantire a scuola lo stesso distanziamento di due metri come per gli esami di Stato e non è stato fatto. Non si poteva (e non si può) continuare a dire che non ci sono i soldi: sospensione del Patto di Stabilità; 209 mld di Recovery Fund, di cui una 80ina a fondo perduto, anticipabili con il ricorso alla spesa pubblica in deficit. Non aver fatto tutto questo (e continuare pervicacemente a non farlo) è una scelta politica o è semplice incapacità amministrativa sia del governo centrale che dei sempre più potenti governatori regionali? Continuare a non farlo non determinerà un prolungamento della chiusura della scuola anche ben oltre il 3 dicembre e magari un’estensione ulteriore al primo ciclo?

Il governo e i governatori regionali oggi sono nudi di fronte ad un’opinione pubblica che misura l’assoluta impreparazione con la quale la politica ha portato il paese di fronte alla seconda ondata di emergenza sanitaria. Oggi che le piazze si riempiono della rabbia delle categorie che il virus sta riducendo sul lastrico, oggi che è chiaro a tutti che non “andrà tutto bene” e che il governo e i governatori non possono presentarsi come i padri protettori degli italiani, assistiamo a una corsa scomposta verso chiusure, dietro le quali non sempre è individuabile una razionalità scientifica e/o politica, come la situazione richiederebbe. Anzi, sembra che la preoccupazione principale, di fronte all’impotenza nel proteggere la nostra salute, sia mantenere il consenso; è qui, in questo vergognoso binario, che si innestano alcuni provvedimenti altrimenti incomprensibili. Come spiegare altrimenti la chiusura dei cinema, dei teatri, delle biblioteche? Come spiegare la sospensione anche di quel minimo di 25% di didattica in presenza alle superiori che avrebbe garantito un minimo di socialità ai ragazzi e un minimo di serietà alla scuola? Come spiegare che si può andare dalla parrucchiera e dal barbiere, ma non a scuola, nemmeno al 25%? Come è possibile distinguere tra il superfluo e il necessario, considerando scuole e attività culturali come attività a cui si può rinunciare senza fornire alcuna evidenza scientifica della loro responsabilità nella diffusione del contagio?

Il governo e le Regioni sono stati sordi rispetto alle richieste delle mobilitazioni di maggio giugno in 60 città e alla manifestazione nazionale del 26 settembre. Così come non hanno ascoltato le richieste di reddito e lavoro delle mobilitazioni di questi giorni per tutte le attività economiche colpite drammaticamente dalle chiusure. Reddito di emergenza generalizzato e spesa pubblica per acquisti di beni e servizi per potenziare sanità, scuola e trasporti possono essere gli obiettivi unificanti di una mobilitazione che imponga una svolta sociale alla gestione della crisi.

Non possiamo subire passivamente la lesione continuata del diritto all’istruzione. Lanciamo un appello a tutto il popolo della scuola pubblica per forme di mobilitazione territoriali che impongano la riapertura delle scuole.

Roma, 6 novembre 2020

ESECUTIVO NAZIONALE DEI COBAS- COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA