La professoressa marziana di Lloyd Biggle jr. – 1966 by Mercury Press Inc./ 01

La signorina Mildred Boltz giunse le mani ed esclamò:

— Che bella scuola!

Nel mattino luminoso, l’edificio appariva come un’oasi biancoceleste, posato come una gemma in mezzo alla selva di grattacieli anonimi, di cupole, di guglie che formavano il complesso metropolitano.

La signorina Boltz, però, modificò presto il proprio giudizio. A un esame più attento, l’edificio scolastico a forma di scatola appariva goffo e sgraziato, e soltanto il colore ne riscattava la bruttezza.

Il conducente dell’aeromezzo, che brontolava tra sé perché aveva infilato una corsia sbagliata perdendo il proprio turno, si voltò dicendo: —Come avete detto?

— La scuola — disse la signorina Boltz. — Che bella tinta.

L’aerocar arrivò a un incrocio, girò e si avviò lungo la corsia giusta. Soltanto allora il conducente tornò a occuparsi della signorina Boltz. —Ho sentito parlare di scuole, e anzi mi pare che un tempo ne esistessero nelle province occidentali. Ma quel palazzo non è una scuola.

La signorina Boltz incontrò lo sguardo serio dell’autista, si confuse, e sperò di non diventare rossa. Alla sua età, non era certo il caso di arrossire. Disse: — Temo di non avere capito bene. Credevo che fosse…

— Sì, signora. E’ l’indirizzo che mi avete dato.

— Ma allora è una scuola! Io sono un’insegnante, e sono venuta appunto per prendere servizio nella scuola.

L’altro scrollò la testa. —No, signora. Qui non ci sono scuole.

Il mezzo iniziò la discesa in modo così brusco che la signorina Boltz fu costretta a interrompere le proprie proteste per aggrapparsi alla maniglia di sicurezza. Finalmente l’aerocar si posò nella zona riservata al parcheggio e l’autista aprì lo sportello. Lei pagò e scese con aria dignitosa, tipica delle professoresse di mezza età. Avrebbe voluto approfondire la strana affermazione del tassista sulle scuole, ma temeva di arrivare in ritardo. D’altronde, se quell’edificio non era una scuola, che cosa poteva essere?


Aggirandosi nel labirinto di corridoi contrassegnati da lettere, la signorina Boltz, ogni volta che svoltava, aveva l’impressione di infilare una direzione sbagliata. Finalmente, innervosita e ansimante, arrivò a destinazione. La segretaria prese nota del suo nome, e le disse, con aria severa:

— Il dottor Wilbings vi sta aspettando. Entrate pure.

Sulla porta dell’ufficio, una targa annunciava a grosse lettere: ROGER A. WILBINGS. ISPETTORE CENTRALE DEL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE. La signorina Boltz ebbe un attimo d’esitazione, e la segretaria le ripeté: — Andate pure avanti.

— Grazie — disse lei, spingendo la porta.

Il funzionario, seduto dietro la scrivania sistemata in mezzo alla stanza, l’aspettava con espressione impenetrabile. La signorina Boltz avanzò sbattendo nervosamente le palpebre, e rimpianse di non essersi messa, quel mattino, le lenti a contatto. Il dottor Wilbings, intanto, continuava a esaminare le carte che ingombravano la scrivania, e, senza degnarsi di alzare lo sguardo, le fece cenno di sedersi. La signorina Boltz fece qualche passo come se fosse in equilibrio su una fune, e si sedette.


—Un momento, prego —disse il funzionario.

La signorina Boltz cercò di rilassarsi. In fondo non era un’insegnante alle prime armi, di quelle appena uscite dall’università e alla ricerca disperata di un posto. Aveva venticinque anni di anzianità e veniva dall’ispettore solo per parlare del proprio trasferimento.

Il dottor Wilbings raccolse le carte sparse sulla scrivania, le riunì assieme e le infilò in un raccoglitore. — Signorina… ah, sì, signorina Boltz — disse. L’aspetto stranamente sofisticato dell’ispettore centrale affascinava la signorina Boltz. Il funzionario infatti portava gli occhiali, i quali erano ormai caduti in disuso da anni, e sul labbro superiore aveva un paio di baffetti come se ne vedevano solo nei vecchi film. Teneva la testa protesa in avanti e leggermente piegata da un lato, e la guardava al di sopra della lunga curva del naso.

A un tratto, dopo una breve esitazione, si rimise a cercare tra le carte della scrivania. — Ho esaminato il vostro fascicolo, signorina... sì, signorina Boltz. — Respinse, con impazienza, il raccoglitore. — Come consiglio personale, vi suggerisco di presentare subito la domanda per essere collocata a riposo. La mia segretaria vi dirà che documenti dovete presentare. Buongiorno.

Quell’attacco imprevisto tolse di colpo ogni nervosismo alla signorina Boltz. Disse con calma: — Apprezzo il vostro interessamento, dottor Wilbings, ma non ho la minima intenzione di andare in pensione. Sono venuta per parlare del mio trasferimento.

— Cara signorina Boltz! —L’ispettore centrale aveva deciso di mostrarsi gentile. Ma la sua espressione era goffa, a metà tra il sorriso benevolo e il ghigno di scherno. — Mi preoccupo unicamente nel vostro interesse. Mi rendo conto che andando in pensione adesso, voi siete soggetta a un certo… danno economico, ma, date le circostanze, farò in modo che il trattamento sia particolarmente favorevole. Lasciando il servizio, d’altronde, sarete libera di fare ciò che più vi piace, tenuto conto che non... — s’interruppe, battendo ritmicamente un dito sul tavolo — che non siete adatta all’insegnamento. Per quanto l’idea possa sembrarvi ingrata, tuttavia è la pura verità, e prima ve ne renderete conto, meglio...

In quel momento, la signorina Boltz non riuscì più a frenarsi, e scoppiò a ridere. L’ispettore, irritato, s’interruppe e rimase a guardarla, sbalordito.

— Scusate — disse lei, asciugandosi gli occhi. — Insegno da venticinque anni e, come potrete vedere dalla mia cartella personale, sono una buona insegnante. Insegnare è la mia vita, mi piace farlo ed è tardi ormai per dirmi che non sono adatta a fare il mio lavoro.

— Insegnare è una professione per giovani, e voi siete prossima alla cinquantina. Inoltre, dobbiamo tenere conto del vostro stato di salute.

— Che è perfetto — disse lei. — Ho sofferto, come quasi tutti i coloni di Marte, di un cancro al polmone dovuto alla polvere del pianeta, ma ne sono guarita perfettamente.

— A quanto risulta dalla vostra cartella, ne siete stata affetta per ben quattro volte.

— Ne ho sofferto per quattro volte e per quattro volte sono guarita. Sono ritornata sulla Terra solo perché i medici hanno detto che ero particolarmente sensibile al cancro di Marte.

— Avete insegnato su Marte... — il funzionario fece un gesto sprezzante. — Non avete praticato la professione in altre sedi, e la vostra specializzazione è, del resto, limitata all’insegnamento su quel pianeta. In questi ultimi tempi c’è stata una vera rivoluzione nei metodi di insegnamento, e vi assicuro che voi, signorina Boltz, siete assolutamente superata. — Il dottor Wilbings riprese a tamburellare sulla scrivania. — Insomma: non siete adatta all’insegnamento. O almeno, non in questo paese.

La signorina Boltz disse, con fermezza: — Intendete rispettare il mio contratto o devo ricorrere alle vie legali?

Il funzionario scrollò le spalle, e riprese in mano la cartella personale della signorina Boltz. — Lingua inglese, parlata e scritta, quarto anno. Immagino che siate in grado di svolgere questo corso.

— Sì.

— Le lezioni avranno luogo da lunedì a venerdì. Dalle dieci e un quarto alle undici e un quarto.

— Non mi interessa l’insegnamento con orario ridotto.

— L’orario è pieno.

— Cinque ore settimanali?

— Occorrono quaranta ore settimanali di preparazione. E per voi, probabilmente, ce ne vorranno molte di più.

— Capisco — disse lei. Non era mai stata tanto sconvolta.

— Le lezioni avranno inizio lunedì prossimo. Vi riserverò uno studio e combinerò immediatamente un incontro con i tecnici.

— Uno… studio?

— Uno studio — nella voce dell’ispettore c’era una nota di maligna soddisfazione.

— Fate conto, all’incirca, di avere quarantamila allievi.

Il funzionario prese da un cassetto due libri: un ponderoso volume: «TECNICA E PROCEDIMENTO DELL’INSEGNAMENTO ALLA TV», e l’altro un corso di inglese a dispense. —In questi due volumi troverete tutte le spiegazioni che vi occorrono — disse.

La signorina Boltz balbettò: — Insegnamento alla TV? Ma allora i miei allievi seguiranno i corsi alla TV?

— Naturalmente!

— Ma io non li vedrò mai!

— Loro vedranno voi, signorina Boltz. E’ più che sufficiente.

— E i compiti?

Il funzionario la guardò severamente: — Non ci saranno né compiti né esami. Su Marte, secondo un sistema pedagogico ormai più che superato, dovevate ancora ricorrere a compiti ed esami per costringere gli allievi a studiare, ma abbiamo fatto dei passi da gigante in campo educativo. Se credete di dover imbottire il cranio dei vostri allievi a forza di compiti e di esami, toglietevelo dalla testa. Sono sistemi tipici di un metodo di insegnamento che noi proibiremmo, se fosse possibile farlo.

— Ma se non ci sono né esami né compiti, e se non vedo mai i miei allievi, come posso valutare i risultati del mio insegnamento?

— In quanto a questo, abbiamo un nostro metodo. Ogni due settimane riceverete un indice Trendex. C’è altro?

— Ancora una cosa. — Lei sorrise debolmente. — Vi dispiacerebbe dirmi perché la mia presenza vi dà tanto fastidio?

— Ve lo dico subito — disse il funzionario, con aria indifferente. — Voi purtroppo avete in mano un contratto che noi dobbiamo rispettare, per quanto siamo sicuri, fin d’ora, che non sarete in grado dì svolgere bene l’incarico. Quando darete le dimissioni, noi dovremo trovare, a metà dell’anno, un sostituto, e, per di più, quarantamila studenti avranno ricevuto almeno per alcune settimane un insegnamento insufficiente. Capirete, quindi, perché abbiamo tentato di persuadervi ad andare subito a riposo. Se prima di lunedì avrete cambiato idea, posso assicurarvi che riceverete il trattamento più favorevole. In caso contrario, tenete presente che è nostro pieno diritto collocare a riposo d’ufficio un’insegnante incompetente.


La segretaria del dottor Wilbings le comunicò il numero di una stanza. — Questo è il vostro ufficio — le disse. — Aspettate lì. Manderò qualcuno.

La stanza era piccola, arredata con una scrivania, uno scaffale, uno schedario, una cineteca e una macchina per microfilm. Una stretta finestra guardava su un muro punteggiato da altre finestre, tutte egualmente strette. Sulla parete di fronte alla scrivania, c’era un grosso schermo TV. Era il primo ufficio di cui disponeva la signorina Boltz. L’insegnante si sedette alla scrivania, e si sentì molto sola, molto demoralizzata, un po’ intimidita.

Il telefono suonò. Dopo una ricerca affannosa, la signorina Boltz finalmente scovò l’apparecchio, che era nascosto da un pannello sul piano della scrivania. Nel frattempo però il telefono aveva smesso di suonare. Allora lei esaminò più attentamente la scrivania e scoprì un altro pannello che nascondeva i comandi della TV. C’erano quattro manopole, ognuna numerata dallo zero al nove. Provò diverse combinazioni, ma ogni volta si trovò di fronte allo schermo bianco. Finalmente fece lo 0001, e sullo schermo apparve la scritta:

LE LEZIONI AVRANNO INIZIO LUNEDI’ 9 SETTEMBRE. LE ISCRIZIONI SONO APERTE. PER RICEVERE LE SCHEDE DI GRADIMENTO DOVETE EFFETTUARE L’ISCRIZIONE.


Qualcuno bussò alla porta, e nell’ufficio entrò un impiegato sulla cinquantina, i capelli grigi, che si presentò come Jim Pargrin, capo tecnico. Si sedette di fianco alla scrivania, e le sorrise. — Temevo che vi foste persa. Vi ho chiamata al telefono, ma nessuno ha risposto.

— Avete riappeso prima che io fossi riuscita a trovare l’apparecchio — disse la signorina Boltz.

Il tecnico sorrise, poi disse, serio: — Dunque, siete voi la marziana. Sapete che cosa dovete affrontare?

— Vi hanno mandato per farmi paura?

— Non faccio paura a nessuno, tranne che ai tecnici alle prime armi. Mi chiedevo soltanto... be’, lasciamo perdere. Andiamo nello studio.

I due attraversarono la lunga serie di uffici che si affacciavano sul corridoio da una grande vetrata e che ricordarono alla signorina Boltz l’acquario di Marte dove un tempo accompagnava i propri studenti perché potessero vedere le varie forme di vita marina esistenti sulla Terra.


Pargrin aprì una porta, e le consegnò la chiave. — Sei-quattro-tre-nove. E’ un po’ lontano dal vostro ufficio, ma per lo meno è sullo stesso piano.

Un orrendo tavolo nero con tozze gambe metalliche, una stretta lavagna, la telecamera che dominava la scena dalla parete opposta, e accanto, un monitor. Pargrin toccò una manopola sul quadro dei comandi, e subito si accese una luce accecante. — Siccome insegnate inglese, ritengo che

non abbiate bisogno di un’attrezzatura speciale — disse.

— Vedete questi tasti? Premendo il numero uno, inquadrate la cattedra, la lavagna e lo spazio delimitato dalla linea del pavimento. Il due inquadra solo la cattedra. Il tre solo la lavagna. Pronti?

— Ma, non capisco!

Lui girò una manopola. —Guardate.

Il monitor si accese e la signorina Boltz si trovò a fissare una figura femminile, tarchiata, di mezz’età, che la fissava di rimando, e pensò che lo schermo l’invecchiava terribilmente. L’abito che indossava, visto in TV, sembrava particolarmente infelice.

La faccia era di un biancore impressionante. Avrebbe dovuto restare di più sul ponte, durante il viaggio di ritorno da Marte, pensò la signorina Boltz.

— Provate con il due — le suggerì Pargrin.

Lei si sedette alla cattedra. e premette il tasto due. La telecamera si spostò, e lei, con un brivido, contemplò sullo schermo il suo primo piano. Toccò il numero tre e si vide davanti alla lavagna. Anche questa inquadratura era decisamente malriuscita.

Pargrin staccò la telecamera, e richiuse i comandi. —Il pulsante di controllo è vicino alla porta — disse. — Se alle dieci e quindici non avrete premuto quel tasto, la vostra lezione verrà automaticamente tolta dal programma. Ricordatevi anche di lasciare lo studio appena la lezione è finita, cioè alle undici e quindici, in modo che l’altro insegnante possa prepararsi per la lezione delle undici e trenta. Prima di andarvene, abbiate la cortesia di cancellare la lavagna e di lasciare tutto in ordine. Il cancellino è nel cassetto della cattedra. Chiaro?

— Mi pare di sì — disse lei. — Vorrei solo che mi spiegaste come faccio a insegnare l’inglese, senza avere la possibilità di sentire gli allievi mentre parlano o leggono quello che hanno scritto.

Pargrin non rispose, e rimase silenzioso lungo tutto il corridoio. — So che cosa volete dire — disse, infine, quando rientrarono nell’ufficio della signorina Boltz. —Quando ero ragazzo, le cose andavano diversamente. La TV la guardavo solo se i genitori me lo permettevano, e andavo a scuola regolarmente con gli altri ragazzi della mia età. Adesso tutto è cambiato, e a quanto pare i nuovi sistemi funzionano bene. Almeno, così dicono i responsabili. A ogni modo, vi auguro buona fortuna.

La signorina Boltz si risedette alla scrivania tutta pensosa e aprì il libro « TECNICHE E PROCEDIMENTO DELL’INSEGNAMENTO ALLA TV ».


Alle dieci e cinque del lunedì mattina, la signorina Boltz premette il pulsante di preavviso del suo studio TV. Sul monitor si accese, in risposta, una spia bianca. La signorina si sedette alla cattedra e, dopo aver premuto il tasto due, intrecciò le mani e rimase in attesa.

Alle dieci e un quarto in punto, la spia bianca divenne rossa, e dal monitor la sua immagine la fissò con aria di disapprovazione. — Buongiorno — disse lei. — Questa è la lezione d’inglese per il quarto anno, e io sono Mildred Boltz.

Aveva deciso, durante quella prima ora di lezione, di fare una presentazione di sè stessa. Anche se lei era destinata a non conoscere mai di persona i suoi quarantamila allievi, tuttavia riteneva suo dovere farsi conoscere da loro.

In quella prima ora, dunque, parlò dei suoi anni di insegnamento su Marte, quando gli studenti andavano a scuola in gruppo e c’erano classi di venti, venticinque allievi, che si riunivano in un’aula per ascoltare la sua lezione. Parlò dei primi tempi, quando gli allievi che volevano uscire all’aperto, fuori della cupola protettiva, per la ricreazione, dovevano infilarsi le maschere per poter respirare. Raccontò delle gite scolastiche, a cui partecipavano gli allievi di una sola classe o a volte dell’intero istituto, e durante le quali si facevano ricerche sulla flora, sulle rocce, e sulla configurazione del suolo marziano. Parlò anche delle domande che i suoi allievi marziani erano soliti rivolgerle a proposito della Terra.

I minuti scorrevano lentamente, e la signorina Boltz si sentiva quasi prigioniera dell’occhio implacabile della telecamera. Sul monitor la sua immagine prese un’aria smarrita e infelice. Non aveva mai pensato che l’insegnamento potesse essere tanto faticoso.

Finalmente l’ora finì. Lei sorrise debolmente, e dal monitor le rispose un sorriso spettrale. — Ci rivediamo domani — disse. — Buongiorno a tutti.

La spia rossa si spense, e si riaccese quella bianca. La signorina Boltz diede un’ultima occhiata timorosa alla telecamera e uscì.

Mentre era seduta alla scrivania e lottava per trattenere le lacrime, arrivò Jim Pargrin.

— Che c’è che non va? —le domandò.

— Sarebbe stato meglio che io fossi rimasta su Marte.

— Ma perché? Avete cominciato magnificamente.

— Non mi sembra proprio.

— Ma sì — disse lui, e sorrise. — Stamane, durante gli ultimi dieci minuti, abbiamo preso un Trendex della vostra lezione. Con questo sistema controlliamo il tasso di ascolto e verifichiamo l’interesse che incontra il nuovo professore. Wilbings ha voluto assistere personalmente al Trendex, e credo che abbia avuto una delusione — sorrise maliziosamente. — Il sondaggio è stato di un’unità al di sotto del cento, il che, praticamente, significa il massimo.

Pargrin se ne andò prima che lei avesse il tempo di dirgli grazie. La signorina Boltz, tutta felice, si mise a preparare la lezione successiva e cominciò a dare un’occhiata al piano di studio per il quarto anno.

Non trovò niente da obiettare allo schema generale, vasto, ben fatto e nello stesso tempo razionale. Ma i testi proposti erano addirittura incredibili.

«Opera teatrale consigliata: Non sposate un elefante, di H.N. Varga, farsa assai divertente.»

Lei cancellò il titolo con un tratto deciso di penna, e scrisse in margine: «W. Shakespeare, Il mercante di Venezia ». Successivamente sostituì a « Gualdrappe e pistole », un racconto western di Percival Olivier, «Le due città» di Dickens. Non trovò citata, tra i testi proposti dal programma, nessuna poesia, e provvide a inserirne qualcuna. Quindi continuò a modificare il programma senza la minima incertezza dato che il manuale per l’insegnamento alla TV diceva appunto che andava incoraggiata l’originalità, negli insegnanti.

Il mattino dopo, mentre percorreva il corridoio, diretta al suo studio, era assolutamente tranquilla.