Decreto "Cura Italia": indennità di 600 euro anche ai collaboratori sportivi, ma arriva la doccia fredda  

Decreto "Cura Italia". 

Indennità di 600 euro anche ai collaboratori sportivi, ma arriva la doccia fredda: le modalità di presentazione delle domande escludono chi di fatto vive della professione di collaboratore sportivo.

Pubblichiamo la testimonianza di Alvin

 09/04/2020

Il decreto “Cura Italia” ha previsto l’estensione dell’indennità forfettaria legata all’emergenza Covid19, destinata ai lavoratori autonomi e parasubordinati, anche ai collaboratori sportivi.

Forse per la prima volta i collaboratori sportivi erano citati e riconosciuti come categoria professionale. Venendo da una quotidianità di lavoro senza contributi, ferie, malattia, copertura degli infortuni e quant’altro, sembrava una positiva inversione di tendenza, oltre che un aiuto concreto nel momento di emergenza.

Nel decreto applicativo è arrivata invece la doccia fredda.

Il fondo, limitato a 50 milioni di euro, verrà gestito esaurendo prima le domande di chi nel 2019 non ha superato la quota di 10.000 euro di rimborsi sportivi.

Viene meno quello che doveva essere l’obiettivo dichiarato del provvedimento: tutelare chi vive della professione di collaboratore sportivo.

È evidente, infatti, che solo chi si divide con altre professioni, o è ancora di fatto mantenuto almeno parzialmente dai genitori, possa restare sotto i 10.000 euro. Chi realmente vive della professione di allenatore/istruttore supera inevitabilmente tale quota, e peraltro già durante l’anno paga le tasse attraverso una notevole ritenuta del 23% (più addizionali regionali) sui redditi oltre i 10.000 euro.

Il paradosso è che il provvedimento governativo esclude, o tenta di farlo, chi ha anche altri tipi di entrate (reddito da lavoro dipendente o da partita Iva, reddito di cittadinanza, altre indennità legate al Covid19, redditi dei genitori per figli ancora a carico).

Per questo motivo penalizzare chi invece ha solo questa entrata e logicamente supera la quota risulta beffardo e inspiegabile.

A beneficiare dell’indennità saranno figure ibride di precari che lavorano anche in ambito sportivo e per vari motivi non rientravano nelle altre categorie previste dal decreto, o giovani allenatori ancora aiutati economicamente dalla famiglia senza risultare a carico, e tutto questo è assolutamente positivo.

Solo, non può essere a discapito di chi lavora a tempo pieno nel settore.

A pensar male, un’altra categoria potenzialmente favorita è quella di chi riceve in nero parte dei compensi in modo da non superare i 10.000 euro e non dover pagare la ritenuta. È una pratica che purtroppo sicuramente esiste, impossibile stabilire quanto sia diffusa.

Come sempre accade, le angolazioni da cui vedere il problema possono essere molteplici, e il meccanismo della “guerra tra poveri” deve essere evitato. L’unica soluzione possibile è l’eliminazione della norma che penalizza chi ha superato i 10.000 euro e l’estensione dell’indennità a tutti gli aventi diritto, con adeguato stanziamento di fondi.

Alvin Palmi